Le Ali Morali | William Wilberforce
15665
post-template-default,single,single-post,postid-15665,single-format-video,ajax_fade,page_not_loaded,,qode-theme-ver-5.1.1,wpb-js-composer js-comp-ver-4.3.4,vc_responsive

27 Sep William Wilberforce

ABOLIZIONE DELLA SCHIAVITÙ: UN SOGNO SI AVVERA E LA STORIA CAMBIA

Cinquanta anni di lotta per un ideale. Uno sogno che si avvera, la storia che cambia percorso, per sempre. Un uomo acclamato da Thomas Jefferson e da Abramo Lincoln come loro esempio ed ispirazione. La storia di William Wilberforce.

25 MARZO – ABOLIZIONE DEL COMMERCIO DEGLI SCHIAVI

Duecentoquattro anni fa, era il 25 marzo 1807, l’autorità reale inglese dichiara il proprio consenso alla legge approvata dalla Camera con 283 si e 16 no. Il commercio degli schiavi viene definitivamente dichiarato illegale in tutte le colonie Britanniche.

Protagonista di questo cambiamento epocale, senza precedenti nella storia dell’umanità, fu William Wilberforce. Sir Wilberforce fu un uomo che, contro il comune sentire dei contemporanei e contro la volontà della maggioranza, decise di combattere per la causa in cui credeva. Decise di lottare per i suoi principi e impersonò, con la propria vita, anno dopo anno, sconfitta dopo sconfitta, i valori di libertà e uguaglianza in cui credeva. In famiglia come nella professione.

Era deputato del Parlamento Inglese e l’impegno della sua vita fu propugnare i diritti di coloro che non avevano voce. Di coloro che non erano considerati nemmeno esseri umani e pertanto trattati come bestie, comprati e venduti. La loro vita valeva solo in funzione del duro lavoro di coltivazione dei prodotti esotici che allietavano le case degli aristocratici inglesi.

Fu da subito considerata una folle impresa quella di cominciare a combattere per questo ideale d’uguaglianza, in un tempo in cui la tratta degli schiavi era considerata del tutto lecita e fondamentale per l’economia dell’Impero. Per vedere realizzato il suo sogno dovette attendere 46 anni.

Fu un giorno d’inverno del 1787 quello in cui Wilberforce annuncio pubblicamente alla Camera dei Comuni che avrebbe, di lì a poco, presentato una mozione volta ad abolire il “fiume di scelleratezza e crudeltà”.

A questa causa dedicò la sua esistenza, i suoi talenti, le sue risorse. Tutto il suo essere fu concentrato sulla sua missione di coerenza tra l’uomo e la sua carica politica. Dopo vent’anni di lavoro e undici bocciature, il 25 marzo 1807 apparve il primo attesissimo spiraglio di luce. La sua proposta di legge per l’abolizione della tratta degli schiavi fu finalmente approvata. Era solo il primo passo.

ABOLIZIONE DELLA SCHIAVITU’

Ci vollero infatti ulteriori ventisei anni di proposte di legge, raccolta di prove, sconfitte, aggressioni, minacce, delusioni e petizioni per vedere la schiavitù definitivamente abolita nelle colonie Britanniche. Per sempre. Era il 26 luglio 1833. William Wilberforce aveva vinto. Tre giorni dopo, sul letto di morte, si spense. Aveva fatto in tempo a vedere il suo sogno realizzarsi.

“Al tempo di Wilberforce… la schiavitù era normale come la nascita, il matrimonio e la morte… La stessa idea di civilizzazione senza la schiavitù era inimmaginabile. L’idea di abolire la schiavitù in quel tempo era talmente fuori discussione che Wilberforce e i pro-abolizionisti non potevano neanche parlarne in pubblico. Focalizzarono la loro attenzione su un livello inferiore, l’abolizione del commercio degli schiavi. Mai si permisero di parlarne apertamente. La speranza che segretamente custodivano era infatti che una volta abolito il commercio di esseri umani, sarebbe stato possibile muovere un ulteriore passo in avanti”1. E così fu. In tutto ci vollero quarantasei anni.

LA RIFORMA DEI COSTUMI MORALI

Wilberforce era un uomo di fede, non di quelli tradizionali che si incontrano in chiesa solo la domenica, più per rito che per scelta. La sua fede era attuale, pratica, vissuta nella vita di ogni giorno. Gli storici del tempo raccontano che la sua casa era sempre piena di gente, un continuo via vai di persone ma, indipendentemente da chi fosse presente a colazione quel giorno, non si univa mai al gruppo se non aveva prima terminato il suo tempo di preghiera e di meditazione quotidiano. Era un uomo che amava la compagnia, si divertiva con tutti. Aveva una straordinaria capacità oratoria, amava osservare la natura e amava cantare. Si documentava su ogni argomento, era curiosissimo. Lavorava per ore ininterrottamente, quando poteva si tratteneva con la sua famiglia e giocava con i figli talmente volentieri che sua moglie sospettava che lui si divertisse ancor di più dei ragazzi, se possibile. La sua casa era sempre un centro di accoglienza di amici e colleghi con i quali portava avanti le sue battaglie.

Aveva una visione chiara. Una motivazione pura. Una determinazione profondamente radicata.

Nel 1787, poco prima dell’annuncio alla Camera dell’inaspettata mozione, nel suo diario personale annotò: “Dio altissimo ha messo davanti a me due obiettivi, la soppressione del commercio degli schiavi e la riforma dei costumi morali.”

John Pollock scrisse di lui: “Non c’è dubbio che Wilberforce abbia cambiato la prospettiva morale della Gran Bretagna… La riforma dei costumi morali crebbe nelle virtù vittoriane, e Wilberforce stupì il mondo quando “rese la bontà attraente…”. Indipendentemente dalle sue manchevolezze, la vita pubblica britannica della metà del diciannovesimo secolo divenne famosa per la sua enfasi sul carattere, sulla morale, sulla giustizia, ed il mondo degli affari britannico per la sua integrità”2.

Il suo scopo era fare il bene. La sua strategia era renderlo attraente ovvero, come lui stesso diceva, “making goodness fashionable”. Ne fece una questione di costume sociale. Non confinò la sua battaglia entro le mura della Camera dei Comuni, uscì per le strade, coinvolse la gente comune, fece una petizione popolare talmente numerosa da scuotere le fondamenta del potere. Annunciò le sue idee di giustizia e uguaglianza attraverso la crescita di un movimento che si fece sempre più strada tra le coscienze della gente. Rese consapevole il popolo dei suoi ideali e dei suoi principi, lo rese partecipe a tal punto che divennero necessari e condivisi da tutti, imponendo il ricorso a un atto formale non più rinviabile. Il Parlamento ne prese atto e approvò la legge.

“Wilberforce non presentò mai la sua attività come impegno religioso. Il suo era uno sforzo per migliorare le condizioni sociali, punto e basta. Tra le altre cose, si impegnò per la riduzione del crimine e migliorò le condizioni generali in cui vivevano i poveri”3.

UN PERCORSO AD OSTACOLI

Eric Metaxas riferendosi alle parole annotate da Wilberforce nel suo diario privato, scrive: “Wilberforce, al tempo in cui scrisse quelle parole aveva ventotto anni ed era un pazzo, idiota o, al contrario, era davvero ispirato nei suoi due obiettivi da chi diceva di essere”4.

Gli interessi in gioco erano infatti straordinariamente forti ed estesi.

“Al Parlamento sembrava del tutto impensabile che la Gran Bretagna potesse prosperare senza i prodotti forniti dalle piantagioni nelle Indie Occidentali. C’era, poi, la questione della politica internazionale, e della posizione della Gran Bretagna rispetto alla Francia, al Portogallo, al Brasile e alla nuova nazione, gli Stati Uniti d’America. Se una sola nazione, la Gran Bretagna, avesse abolito unilateralmente la schiavitù, ma gli altri paesi non l’avessero fatto, l’effetto sarebbe stato semplicemente – così sostenevano gli oppositori – che il potere e la ricchezza sarebbero passati alle altre nazioni, e che il Paese si sarebbe indebolito a livello internazionale”5.

IL GRANDE CAMBIAMENTO

Wilberforce nacque in Inghilterra ad Hull il 24 agosto 1759 e nel 1780, era un giovanotto di grande capacità oratoria. Un amante delle feste e delle ore piccole. Quasi per scherzo decise di candidarsi alla Camera dei Comuni nella sua circoscrizione. E vinse davvero, dando inizio a una carriera che sarebbe durata quasi cinquant’anni anni. Aveva solo ventun anni.

Un giorno partì per un viaggio e il “Grande Cambiamento”, così come amava definirlo, si verificò. Aveva venticinque anni e decise di andare in vacanza sulla riviera francese con un suo amico, Isaac Milner. Lungo il percorso la conversazione si fece intensa. Milner gli parlò, in un modo nuovo, di Gesù. Essendo Milner una persona perbene, ma lontano dallo stereotipo di cristiano integralista molto diffusa in Inghilterra a quei tempi, colpì molto  Wilberforce, che volle approfondire la materia per suo conto. Iniziò una ricerca interiore di verità, si documentò e non passò molto che fece quell’incontro che trasformò la sua vita, ispirando tutte le sue successive battaglie da quel momento in poi: Dio.

A seguito di questa profonda esperienza si scoprì fermamente determinato a essere una persona diversa. Integra. Non era più sicuro se continuare o no la sua carriera politica. L’ambiente era straordinariamente corrotto. Era dubbioso e si chiedeva se fosse possibile continuare a essere deputato e nello stesso tempo servire la Causa che aveva cambiato il suo cuore e, di conseguenza le sue più profonde motivazioni.

Prese coraggio e decise di incontrare segretamente una sua vecchia conoscenza, il capitano John Newton. Newton era un ex negriero, capitano di marina che si era intensamente pentito del suo atroce passato….. Anche Newton aveva cambiato vita e, per questo motivo, Wilberforce era sicuro che si sarebbero capiti. Almeno lo sperava. L’incontro con Newton fu cruciale. Rafforzò  l’intima convinzione che da un po’ di tempo stava facendosi strada nel suo cuore. La sua missione come credente doveva essere al servizio del proprio Paese. Anche in quel campo Dio avrebbe potuto servirsi di lui se avesse voluto, furono le parole di Newton. Mr. Pitt, suo caro amico e futuro Primo Ministro, gli inviò una lettera in cui rafforzò questa sua convinzione: “Con piena certezza, i principi come la pratica del cristianesimo sono semplici e inducono non alla sola meditazione, ma all’azione”.

John Newton, divenuto in seguito celebre per essere stato l’autore della canzone “Amazing Grace”, riferendosi a Wilberforce, scrisse in una lettera: “Credo che ora sia sulla buona strada… Spero che il Signore lo renda una benedizione sia come cristiano che come statista. Quanto raramente queste caratteristiche coincidono!! Ma non sono incompatibili.6

Wilberforce raccolse la sfida, ne pagò il prezzo. Cambiò la storia.

I SEGRETI DEL SUCCESSO

John Wesley nel 1790, ormai ottantasettenne e sul letto di morte, gli scrisse probabilmente quella che fu l’ultima sua lettera. Diceva: “Se Dio non vi avesse creato per questa causa, sareste stato logorato dall’opposizione di uomini e diavoli. Ma, se Dio è con voi, chi può essere contro di voi? Sono tutti insieme più forti di Dio? Non vi stancate di fare il bene. Andate avanti…”.

In breve, ecco i principali segreti del suo successo:

  1. Una visione chiara. Annotata con cura sul suo diario personale fin dal 1787.
  2. Una motivazione pura.
  3. Un passo costante.
  4. Le parole di incoraggiamento e supporto di leader come John Newton, Mr. Pitt e John Wesley.
  5. I suoi amici di Clapham, zona periferica di Londra. Essi furono di straordinario ma soprattutto di quotidiano aiuto. Erano così uniti da destare meraviglia in chiunque avesse il privilegio di conoscerli. Erano legati da una tale comunione di intenti (band of brothers) che le pressioni esterne e i momenti difficili, tantissimi in quarantasei anni di dura lotta parlamentare, incontravano una barriera insormontabile. L’amicizia e la fraterna vicinanza del Clapham Common furono di costante e diuturno refrigerio.
  6. La consapevolezza della difficoltà della sua visione. Sapeva che non si trattava di una semplice passeggiata.

Scrisse: “«Giorno dopo giorno, mi rendo sempre più conto che il mio lavoro dev’essere contrassegnato da sforzi costanti e regolari, più che improvvisi e violenti». Sapeva che in questa causa sarebbe prevalsa una mentalità da maratoneta più che da velocista”7.

IL CONSIGLIO DI WILBERFORCE

Wilberforce in uno dei suoi scritti porse ai suoi lettori il consiglio di: “levarsi sulle ali della contemplazione, fino a che le lodi e le censure degli uomini non si spengano alle orecchie, e la flebile, tranquilla voce della coscienza non sia più schiacciata dal baccano”8.

Le Ali Morali accetta il consiglio e lo condivide con affettuosa gratitudine.

Grazie William,
Barnaba Ruggieri